Già da diverso tempo si leggono articoli sulla presenza di Glifosato nella pasta italiana.
Da un lato c’è chi sostiene che il Glifosato non costituisca un pericolo per il consumo, a patto che resti sotto i limiti di legge. Dall’altro c’è chi ritiene che le tracce di Glifosato possano essere pericolose per la salute dei consumatori anche quando si attestano ben sotto i limiti consentiti. Di chi ci dovremmo fidare, dunque?

Che cos’è il Glifosato?
Il Glifosato è un diserbante, anzi, per essere più precisi è l’erbicida più utilizzato al mondo e sicuramente uno dei più utilizzati in Italia. Si utilizza come disinfestante sia per le piante infestanti annuali sia per quelle perenni; questo perché è attivo sia sulla parte aerea che sulle radici della pianta. Non solo, questa sostanza presenta dei benefici anche durante il processo di mietitura delle piante, per questo motivo gli agricoltori la usano in modo particolare sui cereali.
Un tempo si eliminavano le piante infestanti con tecniche manuali, come l’estirpazione, e la rotazione delle culture. Adesso, con l’agricoltura intensiva, si preferisce usare sostanze chimiche per eliminare le piante non desiderate. Questo perché le culture sono molto più grandi e c’è la necessità di curarle con il minimo dispendio di soldi e tempo.
Nato nel 1950 e riscoperto in modo indipendente negli anni ’70 per conto della Monsanto, il Glifosato ha accolto l’approvazione della comunità scientifica per molto tempo.
I principali vantaggi del suo utilizzo sono tre:
– la bassa tossicità nell’uomo (almeno rispetto agli altri diserbanti usati all’epoca).
– la capacità di penetrare nel terreno per una profondità non maggiore di 20 cm, permettendo di eliminare le radici e i rizomi delle piante infestanti senza arrivare alle falde acquifere.
– l’alta compatibilità con le varietà di cereali transgeniche, in cui è stata indotta la resistenza al Glifosato.
L’utilizzo di questo erbicida è cresciuto negli anni grazie all’aumento delle culture OGM (soia, cotone e mais in primis). Al momento è utilizzato in più di 140 paesi e dal 2001, anno termine del brevetto Monsanto, si vende con molti nomi commerciali diversi.
C’è chi dice no al Glifosato: perché l’IARC è contraria alla sua presenza nella pasta e negli altri derivati dei cereali
Nonostante il cartellino rosso da parte dell’IARC, nel 2015 l’Efsa declassa il rischio del Glifosato a “sostanza improbabilmente cancerogena” e propone nuovi livelli di sicurezza che avrebbero reso più severo il controllo dei residui di Glifosato negli alimenti. La maggior parte degli enti che si occupano di agricoltura, sicurezza alimentare e salute è infatti d’accordo sul fatto che questa sostanza rappresenti un basso rischio per la salute. Questo sempre che si mantenga il Glifosato entro il limite di 0,5 mg per chilo corporeo, misura decretata dall’Efsa, l’Agenzia dell’Unione Europea per la sicurezza alimentare.
A maggio 2016 anche l’Organizzazione mondiale della sanità e la FAO negano le probabilità che il Glifosato comporti un rischio cancerogeno a seguito dell’esposizione alimentare. Nel 2017 un nuovo studio dell’Agenzia per le sostanze chimiche dell’Unione ha concluso che il Glifosato non può essere considerato né cancerogeno né genotossico.
Alla fine del 2017 l’Unione Europea ha rinnovato il permesso per l’utilizzo dell’erbicida per altri 5 anni, nonostante il voto contrario dell’Italia e di altre 8 nazioni, appoggiate dalle associazioni di settore.
Ad oggi, l’utilizzo del Glifosato in Italia è limitato dal decreto legge del 2013 a firma Lorenzin, che ne proibisce l’uso in tutte le aree in cui potrebbe venire a contatto con bambini e ragazzi, per i quali l’esposizione è più dannosa in quanto soggetti a rischio.
Bisogna ricordare che ai bambini fino ai 3 anni è fortemente consigliato il consumo di paste pediatriche, in quanto il limite del residuo di Glifosato per questi prodotti è per legge nettamente inferiore rispetto alle comuni paste.
Anche ai ragazzi fino a 9 anni consigliano di scegliere paste con ridotto contenuto Glifosato, questo per diminuire il rischio di reazioni avverse.

La battaglia dell’IARC per l’abbassamento del limite soglia del Glifosato
Nel 2015 la IARC (Agenzia per la ricerca sul cancro) ha inserito il Glifosato tra le sostanze con un probabile effetto cancerogeno sull’uomo. L’Agenzia ha raggiunto questa posizione dopo aver concluso uno studio sull’esposizione a questo prodotto che considerava sia uomini che animali. I soggetti sono stati esposti sia al composto puro che combinato. Alla fine dello studio gli scienziati hanno dichiarato che «le prove che l’erbicida causi il cancro negli animali sono sufficienti». Secondo l’IARC la cancerogenicità, seppur limitata nell’uomo, è provata negli esperimenti sugli animali. Di fatto, si sospetta che il processo di cancerogenesi visto negli animali possa prodursi anche sull’uomo, con lo stesso modello.
Non solo, ci sono inoltre forti prove sulla genotossicità del prodotto. Dalle analisi svolte dall’Agenzia sembra che vi sia una forte correlazione tra l’utilizzo del Glifosato e il suo consumo in tavola e il linfoma non-Hodgkin.
Alcuni risultati affermano inoltre che l’uso massiccio di Glifosato influenzi il bilancio ormonale e la salute dei reni.
Il quadro descritto dal Dr. Balducci sembra molto preoccupante: l’accumulo di Glifosato nel corpo abbasserebbe i livelli di testosterone nell’uomo e di progesterone nella donna, in pratica sarebbe un’interferente ormonale.
All’inizio l’IARC aveva inserito il Glifosato nella categoria di rischio cancerogeno più alto. Tuttavia, in seguito alle pressioni dell’Efsa, il Glifosato è stato declassificato alla categoria 2a ovvero quella delle sostanze “probabilmente cancerogene”.
Di chi ci dovremmo fidare allora?
Nonostante le rassicurazioni dell’OMS, della FAO e dell’Unione Europea, molte voci in ambito scientifico sconsigliano di consumare prodotti con un alto residuo di Glifosato. Nel dubbio, noi ti consigliamo di scegliere prodotti biologici certificati e di controllare sempre la provenienza di quello che compri.
Ti consigliamo di scegliere prodotti italiani e paste prodotte con grani UE, in quanto i grani provenienti dal Canada e altri paesi rischiano di avere una presenza maggiore di questo diserbante.
Vuoi saperne di più? Consulta l’articolo de il Salvagente e di Altroconsumo

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